Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia Romagna

05 - Il colore del bianco

di Manuela Catarsi, Pietro Baraldi, Michele Dall’Aglio, Carlo Gorgoni, Marco Gorgoni
Capitello corinzio dal teatro romano di Parma I sec. d. C.
Lo stesso capitello come doveva presentarsi in antico
Tipo
restauri
Nazione
Italia
Regione
Emilia Romagna
Provincia
Parma
Comune
Parma
Data compilazione
2010

Abstract

Una mostra tenutasi nel 2005 ai Musei Vaticani ben evidenziava come il mondo antico fosse assai colorato e come il nostro comune modo di intendere l’arte – soprattutto la statuaria - fosse ancora fortemente condizionato dalla visione neoclassica del Winckelmann, che sosteneva che “il colore contribuisce alla bellezza, ma non è la bellezza” e che nelle statue antiche “un bel corpo sarà…..tanto più bello quanto più è bianco”.
Una ricerca condotta con le più avanzate tecnologie non distruttive (microscopia digitale, microscopia Raman) su alcune statue del Museo Archeologico Nazionale di Parma e realizzata grazie alla convenzione stipulata dalla Soprintendenza con l’Università di Modena e Reggio Emilia, ha permesso di rilevare come molte di esse, nonostante i pesanti trattamenti di restauro cui nel passato erano state sottoposte, conservino ancora tracce della policromia originaria.

Ubicazione/Come arrivare

Istituti che hanno collaborato
Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna
Via delle Belle Arti 52
40126 – Bologna
Soprintendente dott. Luigi Malnati
Fax. 051 227170
Tel. 051 223773
e-mail: sba-ero@beniculturali.it

Museo Archeologico Nazionale di Parma
Piazza della Pilotta, 5
43100 -- Parma
Tel. 0521 233718

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Dipartimento di Chimica e Dipartimento di Scienze della Terra

Comune di Parma, Assessorato alla Cultura

Descrizione

Analisi pittoriche su alcune statue del Museo Archeologico Nazionale di Parma

Tra il 2003 ed il 2005 la mostra I colori del bianco, che ha toccato tre importanti musei, la Gliptoteca di Monaco, la Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen e i Musei Vaticani, ben evidenziava come il mondo antico fosse assai colorato e come il nostro comune modo di intendere l’arte - soprattutto la statuaria - fosse ancora fortemente condizionato dalla visione neoclassica del Winckelmann, che sosteneva che <> e che nelle statue antiche <>.
Gli studi sulla policromia antica iniziati già tra l’Ottocento e i primi del Novecento, ebbero una svolta decisiva nel 1982, quando Volkmar von Graeve avviò un progetto di ricerca presso la Ludwig-Maximilians-Universitat di Monaco, cominciando ad ottenere risultati significativi. Altri contributi importanti, si ebbero con Vinzenz Brinkmann e costituirono il corpo principale della mostra succitata.
I Musei Vaticani tra il 1998 ed il 2003, sotto la guida di Paolo Liverani, inaugurarono la loro stagione di studi al riguardo, concentrandosi sull’Augusto di Prima Porta e su un sarcofago con scene pastorali
Anche il Museo Archeologico Nazionale di Parma è entrato nel dibattito scientifico con un contributo di Mirella Marini Calvani sul ciclo statuario della basilica veleiate.
Oggi una nuova ricerca, condotta con le più avanzate tecnologie non distruttive (microscopia digitale, microscopia Raman) su alcune statue dello stesso Museo e realizzata grazie alla convenzione stipulata dalla Soprintendenza con l’Università di Modena e Reggio Emilia, ha permesso di rilevare come anche molte di esse, nonostante i pesanti trattamenti di restauro cui nel passato erano state sottoposte, conservino ancora tracce della policromia originaria.
L’indagine effettuata, per ora in via preliminare, e articolatasi sia su materiali di collezione cinque -settecentesca (collezione Gonzaga, Farnese e Veleiate) sia di provenienza locale (materiali recuperati nell’Ottocento e nel Novecento nell’area forense e nel teatro romano di Parma) ha tenuto anche conto del tipo di materiale marmoreo usato e delle sue provenienze, fornendo risultati interessanti oltre che sul gusto (capitelli rossi e bianchi, statue di togati appartenenti alla famiglia imperiale che indossano toghe purpuree, una Leda col cigno dal mantello rosa albicocca, i capelli di Agrippina neri e, infine, vistose incrostazioni del Silvano sul petto e sul capo), anche sulla circolazione delle opere d’arte.
Il riconoscimento della provenienza dei materiali marmorei usati per realizzare sculture e elementi architettonici, permette di ricostruire in maniera sempre più dettagliata gli scenari estrattivi, produttivi-artistici e commerciali del passato, a scala regionale o molto più ampia. E’ ben noto, infatti, che i marmi bianchi, di specifico interesse, quelli colorati e pietre diverse come i calcari, i graniti, gli alabastri, etc., altrettanto utilizzati nelle varie epoche, venivano estratti in numerose località anche molto distanti dai luoghi di destinazione finale. Indipendentemente dalla lunghezza, tali circuiti produttivi e commerciali erano spesso alquanto complessi e tortuosi dato che, dopo la prima fase di escavazione, le successive operazioni di sbozzatura e finitura potevano anche essere effettuate in località diverse.
Il riconoscimento sicuro dei marmi antichi è possibile solo con complesse indagini scientifiche (archeometriche), che utilizzano metodi diversi: mineralogici (microscopia in sezione sottile), geochimici (analisi chimiche ed isotopiche) e fisici (vari tipi di spettrometria). A volte, data la notevole affinità di marmi da località anche molto lontane tra loro, la discriminazione è possibile solo sottoponendo ad analisi statistica (es. multivariata) una moltitudine di parametri analitici.
Valutando l’aspetto macroscopico del marmo (grana, colore di fondo, tipo di eventuali macchie e venature, comportamento all’alterazione, etc.), un occhio particolarmente esperto è in grado di effettuare riconoscimenti con una affidabilità del 70-80 %; tali attribuzioni sono già abbastanza indicative, ma vanno comunque validate con accurate indagini successive.
Nel caso della raccolta museale in questione, la ricognizione preliminare ha permesso di evidenziare una notevole diversificazione dei reperti. Infatti, tutti o quasi tutti i marmi di più comune uso per la statuaria sembrano essere presenti, e in particolare il lunense (da Carrara), il pentelico ed il pario, probabile il docimio (da Docimium, l’odierna Afyon, nell’Anatolia centrale) e meno probabile il tasio. La problematica merita sicuramente un adeguato approfondimento archeometrico.
Per contro, i pochi elementi architettonico-decorativi considerati, come ad esempio il capitello raffigurato, sono generalmente realizzati con calcari (l.s.) dell’areale veneto-friulano-istriano (granitello di Aurisina, ammonitico di Verona, etc.), denotando quindi uno scenario commerciale di ambito più limitato.
Ritornando alla tematica di più specifico interesse, il colore ritorna, emergendo dal bianco del marmo, per restituire all’occhio contemporaneo, completamente disabituato, un’immagine nuova e inaspettata. E’ l’inizio di un cammino assai importante per l’iconografia che, oltre al simbolismo delle immagini si arricchisce con quello coloristico.
Infatti il rinvenimento delle tracce di cromie sulla statuaria antica richiede una procedura attenta e mirata.
Occorre procedere ad un esame dettagliato e quasi a livello microscopico per identificare microframmenti di pellicola pittorica. Le sopravvivenze sono spesso in posizioni seminascoste o celate, nei drappeggi reconditi degli abiti, in altre situazioni nelle quali l’accesso e quindi l’usura sono limitati. Una volta identificate le piccole aree ancora ricoperte dallo strato pittorico si può procedere ad un esame non invasivo mediante strumentazione portatile che consenta indagini di tipo atomico o molecolare non distruttivo. Spesso, a causa della morfologia del frammento di statua indagato, non è comunque possibile portare il sensore nella posizione focale ottimale, per cui occorre procedere mediante opportuni bisturi a prelevare microframmenti di materiale. Attualmente sono possibili comunque indagini dettagliate su piccoli prelievi mediante due tecniche complementari, la succitata microscopia Raman e la microfluorescenza di raggi X. Le due tecniche consentono di identificare la natura atomica e le specie molecolari presenti in un microframmento, indicando anche l’eventuale sovrapposizione delle stesure successive e il tipo di legante o di materiale impiegato per lo strato preparatorio.
L’indagine in microscopia Raman ha rivelato che nella totalità dei casi il rosso era costituito da ematite, componente di una ocra rossa, e il nero un carbone vegetale. Interessante e di interpretazione problematica la presenza di blu egiziano sul capo del Silvano. In base ai dati analitici si è tentata anche una ricostruzione virtuale delle cromie mediante opportuni programmi.

Bibliografia

Restauro: sinergie tra pubblico e privato, XVII Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali, Ferrara, 24-27 marzo 2010, a cura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, marzo 2010, pp. 181-183

P. MONARI (a cura di), Ricerche per lo studio e la valorizzazione dei beni culturali. Sperimentazioni in Emilia-Romagna. Atti del Convegno organizzato il 26 marzo 2010 dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia-Romagna nell'ambito del XVII Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali (Ferrara, 25-28 marzo 2010), Bologna 2010, pp. 61-75

Itinerari collegati

Studi e ricerche in Emilia-Romagna: attivitą degli Istituti MiBAC nel 2009
  • Tipo restauri
  • Nazione Italia
  • Regione Emilia-Romagna
  • Provincia Province varie

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