Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia Romagna

06 - Modena, il duomo "capolavoro del genio creatore umano": il restauro del paramento lapideo

di Graziella Polidori
1 Il Duomo di Modena dopo il restauro del 1893-4
2 Il Duomo di Modena, lato sud interessato da croste nere 3 Il Duomo di Modena,  mappatura dei Litotipi a cura di Stefano Lugli - Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia 4 Il Duomo di Modena, il degrado presente sulla facciata 5 Il Duomo di Modena, il degrado del rosone in arenaria
Tipo
restauri
Nazione
Italia
Regione
Emilia-Romagna
Provincia
Modena
Comune
Modena
Data compilazione
2009

Ubicazione/Come arrivare

Duomo di Modena, piazza Grande

 

Descrizione

Il restauro come opportunità di studio e approfondimento del Duomo, iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità: analisi delle forme di degrado lapideo, acquisizione e mappatura dei litotipi, approfondimento scientifico sui restauri e le loro interazioni con le metodologie odierne.

La caduta di una porzione di materiale lapideo dal Duomo di Modena, in corrispondenza della cornice dello spiovente destro del tetto della facciata, ha determinato l’avvio, da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia, di una serie di indagini scientifiche sullo stato di conservazione delle strutture del Duomo.
Le indagini petrografiche, chimico-fisiche e la ricostruzione storica degli eventi hanno permesso di sviluppare l’intervento di restauro sulla facciata e successivamente sul lato settentrionale, dove i lavori sono potuti continuare – e sono in parte ancora in corso - con finanziamenti della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.
E’ stato appena avviato sempre a cura della Soprintendenza BAC il cantiere di restauro del lato meridionale del Duomo, su piazza Grande. Gli interventi da realizzare sul paramento lapideo articolato nelle fasi canoniche di pulitura, consolidamento e eventuale protezione, saranno preceduti come consuetudine dalla fase propedeutica di documentazione e di ricerca e da una serie di indagini tecnico scientifiche.
Questa fase propedeutica di documentazione e di ricerca, in relazione ai lavori della facciata e del lato settentrionale, ha permesso di acquisire dati ad oggi sconosciuti mediante lo sviluppo di rilievi grafici per l’identificazione litotipica dei singoli elementi costituenti il paramento lapideo del Duomo. I rilievi fotografici generali e particolareggiati e la mappatura grafica delle forme di degrado hanno permesso di catalogare le varie pietre in base alla natura dei processi degenerativi riscontrati. Insieme alle ricerche d’archivio tendenti a risalire agli eventuali trattamenti subiti in passato ed alle indagini chimico-fisiche finalizzate alla caratterizzazione composizionale dei prodotti del degrado ed al loro legame con gli ultimi interventi di restauro, si è ottenuta la documentazione necessaria per sviluppare gli interventi in atto.
A soli 30 anni dall’ultimo intervento, si potevano osservare forme degenerative quali decoesioni, erosioni ed esfoliazioni dei materiali costitutivi, croste nere, dilavamenti, e alterazioni cromatiche. Oltre a vaste zone lapidee ricostruite con malte cementizie e stucchi sintetici, si individuavano anche zone interessate da disomogenee patinature alterate e viranti in gialli traslucidi, originati dalla polimerizzazione delle resine sintetiche e delle cere utilizzate come protettivi.
Le analisi scientifiche condotte su 78 prelievi (sia sulla facciata che sul lato settentrionale), hanno permesso di identificare patine sovrapposte alla pietra naturale formate da quantità variabili di gesso e ossalati, nonché il riconoscimento chimico delle sostanze organiche ed inorganiche, con particolare riferimento ai leganti, alle sostanze e ai materiali usati nei precedenti restauri.
Il principale degrado riscontrato sulla facciata e sul lato settentrionale era costituito dalla mancanza di traspirabilità da parte della pietra che risultava più o meno accentuato a seconda della densità del litotipo interessato. In particolare la ricostruzione storica degli eventi ha permesso di appurare che il lato settentrionale del Duomo era stato segnato da numerose sostituzioni lapidee con elementi in pietra tenera di Vicenza, a grana fine, a differenza della facciata caratterizzata per lo più dalla stessa pietra di Vicenza ma a grana grossa. La diversa esposizione all’atmosfera (lato settentrionale e lato ovest della facciata) e la diversa tessitura porosa della pietra, hanno reso la stessa più o meno permeabile all’acqua, accentuando i processi di alterazione e disgregazione materica.
Tutte le superfici si presentavano diffusamente coperte da depositi superficiali e particellato atmosferico che nascondevano la tessitura muraria, rendendo fino ad oggi non identificabile la mappatura dettagliata dei litotipi, degenerando quindi in croste nere di elevato spessore nelle zone più protette dal dilavamento, e causando distacchi di porzioni lapidee, in particolare quelle aggettanti più soggette ad infiltrazioni. L’eccessivo apporto di cemento e di malte incongrue, la stesura sulla superficie di resine sintetiche e la ricostruzione di ampie porzioni lapidee con stuccature incompatibili con la pietra originale hanno contribuito, insieme alle croste nere, ad una migrazione dei sali verso le superfici limitrofe determinando la disgregazione della pietra sana sottoforma di distacchi ed esfoliazione. L’attacco microbiologico, concentrato in particolare sulle parti esposte a nord, sia sulla superficie dei torrini sia sulla statua marmorea sommitale posta in facciata, costituiva una spessa patina verde-nerastra con formazione di colonie di muschi.
In occasione del sopralluogo effettuato dall’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro sono emerse osservazioni interessanti in merito allo stato conservativo del paramento lapideo prima dell’attuale intervento. Stranamente le parti protette della facciata e del lato settentrionale, sia lisce sia modellate (sotto mensole e retro delle colonne) risultavano prive di depositi coerenti e croste nere a differenza del paramento laterizio interno alle archeggiature. Le foto, prima del restauro degli anni ’70-80, mettono in evidenza il completo annerimento del lato settentrionale (via Lanfranco) su cui si è intervenuti negli anni citati con impacchi di pulitura di AB57, ad esclusione della parete della navata centrale. La differenziazione attuale di queste due zone, interessate quindi da vicende conservative diverse, hanno messo in evidenza che la superficie lapidea restaurata negli anni ‘80 ha avuto un intervento di restauro forse troppo aggressivo, come emerge dalla scabrosità della superficie lapidea. I riscontri ottenuti successivamente con le indagini scientifiche eseguite proprio per la identificazione dei processi di degrado in atto hanno confermato tale ipotesi. Infatti un prelievo eseguito su lastra di Pietra di Vicenza, caratterizzata da superficie scabra con rigature e microcavità irregolari, ha messo in evidenza un incipiente fenomeno di solfatazione: la consistente concentrazione di solfati, pari a 1,74%, e la presenza di un’alta percentuale di ione ammonio sono imputabili all’utilizzo di una sostanza corrosiva che potrebbe aver provocato una forte aggressione della pietra.
Anche la relazione dell’ISCR, trasmessa alla Soprintendenza BAP a riscontro del sopralluogo eseguito, sottolinea che “…la pulitura dai depositi accumulatisi dopo l’ultimo restauro, abbia rimesso in luce una superficie lapidea scabra per sua natura e localmente corrosa da forme di degrado non recenti forse da imputare a precedenti interventi”. Nella citata relazione oltre ai consigli tecnici dati in occasione del sopralluogo, vengono valutate in “maniera largamente positiva” alcune metodologie del restauro attuale, sottolineando la “qualità estetica delle stuccature eseguite e gli interventi di consolidamento sul rosone e sulle lastre della cornice del tetto”.
Ulteriori analisi stratigrafiche hanno messo in luce la presenza in diverse zone del paramento lapideo di una scialbatura a base di calce pigmentata stesa anche al di sopra di residui di crosta nera, probabilmente al fine di coprire alcuni non soddisfacenti risultati della pulitura e di rendere omogeneo il risultato estetico finale.
Ritornando ai processi di degrado riscontrati e campionati durante la fase diagnostica, ben più grave si presentava lo stato conservativo degli elementi in arenaria, in particolare del rosone nel semicerchio inferiore completamente ricostruito nell’800; questo tipo di arenaria “formazione di pantano” ha subito numerosi interventi di restauro che, comunque, non sono riusciti ad arginare il problema. L’arenaria si presentava con profonde spaccature, disgregazione e distacchi in corrispondenza delle vecchie stuccature a base di resina sintetica; delaminazione del substrato e interi conci sollevati senza più continuità materica; presenza di piante infestanti. Il degrado materico in cui versava l’arenaria del rosone ha reso indispensabile un lungo e meticoloso intervento di consolidamento volto a ridare al substrato incoerente la compattezza perduta. Il recupero della coesione materica ha condotto alla successiva eliminazione di vecchi interventi di restauro causa di ulteriore degrado, quali resine sintetiche e malte non più idonee e coerenti. A differenza di molti interventi di restauro indirizzati verso la ricostruzione di quei modanati architettonici che per varie concause sono andati perduti, si è preferito non interferire ulteriormente con malte riportate o ricostruzioni arbitrarie. Limitando l’intervento alla sola chiusura delle vie d’infiltrazione di acqua, si è preferito mantenere, per quanto possibile, l’immagine originale del rosone con l’itinerario storico degli eventi che l’hanno accompagnato e degli interventi a cui è stato sottoposto. Di natura più strutturale è stato l’intervento che ha riguardato il cornicione in pietra di Vicenza e le torrette sommitali. Il cornicione, soggetto a continue infiltrazioni di acqua piovana, è stato ancorato nelle parti disgregate e successivamente migliorata la protezione superiore. Per quanto riguarda le torrette, soggette a disgregazione materica per la natura marmorea della pietra utilizzata, sono stati studiati dei rinforzi esterni in acciaio inox per aiutare le colonnine e le lastre superiori nella loro funzione strutturale.
Il restauro delle superfici del paramento e degli ornati ha previsto una prima fase di preconsolidamento, realizzata su quelle porzioni lapidee con avanzati fenomeni di disgregazione, esfoliazione e scagliatura, a cui è seguita la messa in sicurezza di scaglie, schegge e frammenti di maggiori dimensioni. Le zone interessate da patine biologiche, concrezioni di muschi e licheni, sono state trattate con soluzioni biocide idonee scelte dopo l’individuazione dell’agente patogeno. Le stuccature apportate nel corso dei restauri precedenti sono state accuratamente verificate rimuovendo solo quelle che non assicuravano più una perfetta chiusura della lacuna e sostituendole con impasti costituiti da calce idraulica esente da sali ed inerti a granulometria e composizione variabile, a seconda del litotipo da reintegrare. La pulitura del paramento lapideo e la rimozione delle vecchie resine sono state calibrate attraverso l'integrazione di diverse tecniche, a seconda del litotipo su cui si operava e a seconda del degrado riscontrato, in modo tale da non intaccare o rimuovere quegli strati di finitura della pietra originali o apportati successivamente, ma non dannosi per la conservazione lapidea. I prodotti utilizzati per l’attuale restauro sono stati oggetto di un’accurata campagna di analisi chimiche condotta sia in laboratorio che in cantiere. Le campionature hanno preso in esame tutti i litotipi costituenti il paramento lapideo analizzando non solo la profondità di penetrazione dei consolidanti, ma anche la loro reazione in relazione alla traspirabilità ed alla permeabilità. In considerazione delle alterazioni che gli attuali prodotti sintetici presenti sul mercato possono subire con il normale invecchiamento, abbiamo preferito utilizzare materiali conosciuti e utilizzati nel campo del restauro da anni, i cui risultati sono ancora oggi visibili su importanti monumenti, limitandone comunque l’utilizzo in funzione della reale necessità riscontrata dalle analisi di laboratorio.
Di tutto l’intervento di restauro sono stati sviluppati una serie di rilievi grafici che riportano l’esatta localizzazione degli interventi con le specifiche chimiche dei materiali utilizzati e le relative schede tecniche al fine di lasciare ai posteri tutta la documentazione necessaria per futuri interventi.
A seguito delle lesioni riscontrate nella zona dei matronei di facciata, il Comitato Scientifico del Duomo, istituito per valutare lo stato fisico della struttura, sta valutando gli opportuni interventi di consolidamento strutturale necessari che dovranno poi essere sottoposti all’autorizzazione della Soprintendenza bolognese.
Il Comitato dovrà affrontare anche il tema della salvaguardia del bene dal rischio sismico poiché, è noto che del nostro patrimonio culturale, e quindi anche del Duomo, sappiamo qualcosa sullo stato di conservazione, ma quasi nulla sul modo di preservarlo. A tale proposito l’azione del Comitato dovrà mirare ad un’adeguata attività conoscitiva della fabbrica del Duomo per garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione. Per affrontare questo argomento sono di grande aiuto le “Linee Guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico del Patrimonio culturale” definite dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che consentono di agire in modo metodologicamente corretto.

Cronologia

2008

Bibliografia

G. POLIDORI, Il Duomo di Modena "capolavoro del genio creatore umano": restauro del paramento lapideo, in P. MONARI e A. SARDO (a cura di), Restauri in Emilia-Romagna: attività degli Istituti MiBAC nel 2008. Atti del Convegno organizzato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia-Romagna nell'ambito del XVI Salone del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali (Ferrara, 25-28 marzo 2009), Bologna 2009; pp. 69-81

Mappa

Itinerari collegati

Restauri in Emilia-Romagna: attivitą degli Istituti MiBAC nel 2008
  • Tipo restauri
  • Nazione Italia
  • Regione Emilia-Romagna
  • Provincia Province varie

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